Alle volte ci piace
occuparci di cose serie e allora andiamo a frugare negli appunti del nostro
autore dove si trovano molte cose interessanti, che vi riproponiamo per sommi
termini, semplificando per adattarli allo stile blog, ma riprenderemo subito
con il racconto delle nostre epiche imprese.
La recente dimostrazione che velocità dei neutrini che
supera quella della luce, sembra volere bisbigliare all’orecchio, che c’è un
più veloce del veloce, proprio come secoli addietro Anassagora (morto 428 a.C.)
aveva affermato, che c’è sempre un più piccolo del più piccolo.
“In effetti del
piccolo non vi è il minimo, ma vi è sempre un più piccolo,( essendo impossibile
che ciò che è non sia) ma del più grande c’è sempre un più grande: e per
quantità è uguale al piccolo e in rapporto a se stessa ogni [cosa] è grande e
piccola”(DK 59 B3 ).
Alcuni studiosi hanno cercato di ricondurre a lui Elementi
X,1, che sembra esserne la dimostrazione matematica, sicuramente non euclidea,
probabilmente però riconducibile a Teeteto o ad Eudosso.
“Date due grandezze
disuguali, se dalla maggiore si sottrae una grandezza maggiore della sua metà e
da ciò che rimane una grandezza maggiore della sua metà e se questo
procedimento viene ripetuto continuamente, allora alla fine rimarrà una
grandezza che sarà minore della minore delle grandezze date”.
La proposizione Elementi X,1 contiene probabilmente la prima
dimostrazione matematica dell’infinita divisibilità della retta, che
costituisce uno dei punti di partenza per la futura teoria delle proporzioni.
Èl’inizio della grande avventura matematica dell’infinito,
il momento in cui l’uomo guardandosi attorno vede i cieli estendersi
all’infinito, la materia divisibile fino all’inverosimile, e la Ragione suggerisce
all’uomo che la vista e il tatto possono essere ingannevoli, non sono
sufficienti, l’unica via alla conoscenza è la Ragione.
Così sulle sponde del Mediterraneo ha inizio la più
straordinaria impresa dell’umanità, che ci ha portato dove siamo oggi: alla
scoperta della velocità dei neutrini. È la ricerca del migliore metodo
scientifico che potesse guidare la mente umana sulla via della conoscenza,
siamo alla fondazione della scienza.
Quanto possa essere decisivo il metodo scientifico, si può
vedere in uno degli scontri più affascinanti e determinanti dell’Occidente:
Bellarmino vs Galilei. A prescindere dall’eliocentrismo, si trattò di una
disputa sul metodo scientifico. Le argomentazioni di Bellarmino erano ben
costruite, tant’è che il metodo strumentale propugnato dal cardinale è ancora
oggi tra i più diffusi in ambito scientifico. Più complesso quello galileiano,
però Galileo non era solo, con lui tornava uno dei più grandi scienziati di
tutti i tempi: Archimede di Siracusa, infatti Galileo non fece altro che
applicare, sia pure in forma un po’ più grossolana e generica, il metodo
archimedeo, di fronte al quale il povero Bellarmino non aveva nessuna
possibilità, la dimostrazione vincente era quella di Galileo, inconfutabile.
Era il ritorno della grande Scienza in Occidente.
Secoli addietro era, forse, accaduto quasi il contrario. Era
il tempo in cui alla corte pontificia di Viterbo erano presenti alcuni tra i
massimi matematici dell’epoca tra cui: Giovanni Peckham, Witello, Giovanni
Campano. Sono anche gli anni in cui S.Tommaso d’Aquino chiede insistentemente,
ma senza successo, al suo traduttore Guglielmo di Moerbecke la traduzione di
altri testi aristotelici, ma questi è impegnato a tradurre qualcos’altro giunto
da poco a Viterbo: il codice contenente le opere di Archimede.
Gli studi archimedei che trasudano infinito da tutti i pori,
furono probabilmente utili per comprendere l’infondatezza e insostenibilità del
pensiero aristotelico averroista, condannato con bolla pontificia di Giovanni
XXI (1270 e 1277, in realtà le bolle furono due). Per tutelare l’onnipotenza di
Dio, si dovette salvare l’infinito matematico dalle pericolose ingerenze
aristoteliche che tendevano a negarne la possibilità. A tutt’oggi la bolla del
1277 viene vista da alcuni studiosi come l’atto di nascita della scienza
moderna. Dopo secoli l’infinito era finalmente libero di esistere e di essere
studiato, diventando quasi sinonimo di Dio; tant’è che non solo la matematica
ricevette un fortissimo impulso, ma nel periodo successivo ad opera di Duns
Scoto e Riccardo da Cremona furono redatti alcuni dei più interessanti studi
matematici sull’infinito del Medioevo, ai quali si ricollegò anche Galileo,
fermandosi però, quasi spaventato alla scoperta della corrispondenza biunivoca tra infiniti.
Ma come l’allievo Galileo non abbia osato guardare dove il
maestro Archimede aveva agito con tanta spregiudicatezza, lo vedremo un’altra
volta.